La GANG

Gang: lettere dall'ex carcere

Intervista di Massimo del Papa 18/3/03
Mucchio Selvaggio

C’è sempre una prima volta. Coi Gang il primo incontro non è nelle Marche, dove tutti abitiamo, ma, curiosamente, 500 chilometripiù su: a Milano, via Mancinelli, 18/3/03. Luogo e data non sono casuali, ne leggete nel servizio che correda l’intervista. Ma era stato un incontro per modo di dire, una veloce stretta di mano in un backstage a forma di camion prima di un concerto in un teatro dal tetto di stelle, teatro di strada dove i Gang si sono superati per intensità. Dieci giorni dopo ci incontriamo sul serio, stavolta in un teatro vero, quello di Montemarciano. I fratelli Severini stanno registrando con la Macina, e un piccolo, delizioso teatro è il loro studio, un grembo favoloso per una rinascita. Sono così leggeri, sereni, e scoppiano di progetti. Battaglieri, anche. A parlare con loro, si capisce come un’idea - chiamiatela comunismo, chiamatela come volete - possa essere intesa come libertà, interiore almeno, comunque una grande fonte di speranza: con tutto quello che hanno passato, le porte chiuse in faccia, gli "amici" che tutti insieme sparivano, un isolamento che poteva distruggerli, e per finire il trionfo di quel famigerato ipercapitalismo sempre avversato, loro credono ancora nel potere contagioso del risveglio delle persone, nella forza autorigenerante della società, in un passaparola morale che sviluppi anticorpi sociali, insomma in una possibilità di cambiamento. Un’utopia, forse, ma di quelle a loro volta contagiose, che servono a vivere, a trovare una luce in fondo al tunnel. I Gang ci credono, non hanno mai smesso di crederci.

Dove eravamo rimasti? Mi collegherei all’ultima intervista che vi fece Max circa un anno fa, alla controversia legale con la Wea, finita con un risarcimento che vi era stato riconosciuto, eccetera.

Siamo al dopo Wea…

Ah! Come fosse il dopo guerra…

(risate). Sì, il dopo Wea, il post Wea. Nel senso che finalmente non c’è più il fardello di tutte le contraddizioni che si pativano in quel periodo, tra casa editrice, agenzia e un milione di eccetera. Finalmente, dopo tutti questi anni, noi facciamo davvero quello che vogliamo, compatibilmente coi limiti oggettivi. Ma quello che vogliamo, e solo quello.

Specifichiamo.

I concerti, tanto per cominciare, non si gestiscono più tramite agenzia ma col rapporto diretto con chi ci chiama; così decidiamo volta per volta se e dove suonare, e lo stesso chi ci invita. I progetti sono totalmente fuori della logica di mercato, dell’influenza dell’etichetta discografica, con tutte le mediazioni che questo comportava, le direzioni artistiche, le…

Perché questo limitava molto, alla fine?

… dovresti sempre fare qualcosa di diverso da quello che hai in mente, secondo "loro"…

Ma chi l’avrebbe mai detto!

Eh, sì, poche palle: questa è la regola, tutto quello che fai automaticamente dev’essere discusso, ammorbidito, cambiato, mediato, devi fare altro e naturalmente sempre quello che fa fare più soldi.

Insomma, splendida solitudine…

… il che da una parte dà un senso di grande rilassatezza e serenità, dall’altra ci fa sentire, come dire? Sempre più soli, appunto, perché d’altra parte non c’è proprio un circuito diverso, una… realtà altra, diciamo pure alternativa, a quella ufficiale; che poi abbia carattere multinazionale o "indipendente" cambia poco.

Quindi siete fuori dai giochi…

Senza dubbio, da tutti i giochi: dal mercato, dalle pagine dei giornali, dal circuito dei network…

…e dovete arrangiarvi da soli. Cosa state combinando? Una domanda che di solito è odiosamente banale, ma con voi no, proprio perché dovete cavarvela con mezzi propri.

Stiamo combinando tutto quello che era rimasto indietro, soffocato da contingenze, diatribe, contrattempi estranei al discorso creativo ma in grado di influenzarlo, di paralizzarlo. E così, c’è intanto questo disco con la Macina che son due anni che aspetta e finalmente sta nascendo, qui, in questo teatro. Poi, con chi uscirà non sappiamo ancora dirti. C’è, nel futuro prossimo, l’intento di portare in giro il progetto su Fausto e Iaio, quello stesso che hai visto in anteprima a Milano; può anche essere che ne scaturisca un disco, per il momento lo portiamo a spasso.

Le serate le avete già concordate?

In parte; poi certo sarà auspicabile che si sviluppi un passa parola, che il circuito si alimenti da sé: è questa, come dicevamo prima, la logica del muoverci in modo totalmente autonomo, isolato se vuoi, ma pure rilassato, prendendo le cose come vengono, come si sviluppano e si evolvono senza inutili voli o tensioni. E poi di cose a bollire ce ne sono tante altre, ma tutte così, in modo assolutamente libero. Alla fine di tutto questo discorso, quello che ci preme è madare un messaggio destabilizzante: "ah, poveri disgraziati Gang, lavorano come possono, non ci hanno più una casa discografica…" ma no! finalmente, anzi, guadagnamo pure qualche soldo!

Paradossalmente…

Sì, è un paradosso, ma assolutamente concreto: quello che facciamo, che realizziamo adesso finisce tutto nelle tasche nostre, poco o tanto che sia.

Senza contare il guadagno in salute, dal fegato in su…

(esplodono visibilmente di sollievo, ndi) Ah, su questo non c’è alcun dubbio!!! (si stiracchiano come chi si sente a suo agio, ndi). Ecco, dunque il messaggio che vorremmo far arrivare a tanti colleghi: levàtevi dalla logica del contratto a tutti i costi, toglietevi dalla testa che senza di "loro", voi non potete combinare niente. Gardate che spesso è l’esatto contrario. Ve lo dice chi ci è passato. Riprendetevi la vostra libertà anche organizzativa: il contratto non è l’ossigeno, non è la panacea; spesso è una camicia di forza.

A via Mancinelli avete suonato con una passione sconvolgente.

Per forza, dopo la scena con le due madri come facevi a non essere coinvolto tu per primo?

Nasce da lontano, questa operazione su Fausto e Iaio?

Con Daniele (Biacchessi, ndi) ci conosciamo da quanto? Dall’altra guerra, quella del Golfo… e lui aveva fatto questo libro magnifico sulla vicenda, e ci dicevamo sempre: ma perché non ne tiriamo fuori qualcosa, perché non facciamo un teatro di strada… e alla fine tutto è accaduto, s’è coagulato quasi naturalmente, si sono allacciati i rispettivi percorsi umani, civili e artistici senza che ce ne accorgessimo, perché poi si sono aggiunte nel tempo altre presenze fondamentali, c’era Stefano (Paiusco, ndi)… e così è successo, ma poteva essere qualche altro mistero italiano, che so, la strage di Bologna…

Mai dire mai. Siete solo all’inizio della vostra seconda vita, c’è tempo…

Ma certo!

Perché è così difficile trovare una etichetta?

Perché è un problema trovare chi sia interessato ad investire in una promozione del tuo lavoro. La questione sta qui. Ed è così problematico, naturalmente, perché non c’è un’ottica e una logica di lungo periodo, manca la continuità: oggi nessuno, nè i giganti né i piccoli (perché è questa la distinzione corretta: non quella che sempre si fa, tra major e indie), ha voglia di programmare, di muoversi secondo una logica di tempi, che poi è l’unica compatibile con la promozione di un discorso artistico, culturale. Case discografiche o etichette, non cambia: si gioca tutto sull’eventuale fortuna del primo disco, l’invasione dei circuiti radio o musical-televisivi, si programma una vita da farfalla, non oltre poche settimane…

… che è una logica suicida, oltretutto. Si piglia l’ultima fuoriuscita del Saranno Famosi e la si manda a San Remo, sapendo che non venderà dieci copie…

… d’altra parte le piccole, le non-major, che fanno? Cercano di riproporre la formula che in quel dato momento funziona all’estero, cioè ancora una volta una logica miope, di breve periodo perché intanto sei mesi dopo arriva dall’Inghilterra un’altra moda, magari riciclata, e siamo punto e daccapo. Così non c’è respiro, il mercato s’avvita su se stesso, l’attitudine degli artisti anche, perché nascono già condizionati da queste logiche, e va avanti così, ovvero non va avanti affatto. Nasci vecchio, e come tale sia che avrai vita breve. Questa è la questione.

Da cui ho idea non sia facile uscire, perché non si vedono autentiche volontà, seri tentativi di rompere questo giro vizioso.

Ma c’è una questione che è preliminare a tutti questi discorsi di scazzi, iva, major annessi e connessi: consiste in una seria legge sulla cultura. Ovvero la questione, ancora una volta, è politica. E sta nel tutelare gli operatori dell’arte musicale, che sono operai o, se vuoi, artigiani della musica. Non possono essere considerati sempre e solo prodotti essi stessi, in grado di generare altri prodotti, non può sussistere un approccio esclusivamente mercantilistico, che prescinde dalla valenza anche occupazionale di chi la musica la crea, la concepisce. Noi non facciamo merce, facciamo cultura o almeno para-cultura. Allora ci vuole una legge, non diciamo protezionistica alla francese, ma insomma una norma che riconosca e tuteli questo ruolo. E lo diciamo pensando soprattutto ai giovani, a chi ha la speranza di intraprendere una carriera in cui, fatalmente, si gioca la vita.

Non c’è volonta politica, in ogni modo.

Gli ostacoli sono la volontà politica, l’Enpals, la Siae, i grandi promoter…

Non è una logica statalistica, questa, oltre che protezionistica?

Può esserlo, può apparirlo. Ma solo se non consideriamo una variante che poi oggi è quella che condiziona totalmente il gioco: oggi chi crea come ci ascolta, insomma l’intero parco musicale nostrano, è gestito a monte da entità gigantesche, onnipotenti, che sono americane e inglesi: queste enormi compagnie dettano legge, ovvero i gusti: due o tre anni sarà forte uno, poi questo verrà accantonato per far posto a un altro, più compatibile con le nuove mode eccetera. Non è un fattore legato al mercato, è imposto da forze culturali, nel senso di un modi di pensare programmati e determinati. Non c’è modo di difenderci, e oggi in Italia l’operatore italiano, in qualsiasi ruolo, non decide assolutamente più nulla. E non ha alcuna rappresentanza, tutela, non ha niente.

Dicono che la soluzione stia nel restare fuori dal giro grosso…

Sì, ma chi si confina nell’indipendente è destinato a restare sommerso, gli spazi per emergere non ci sono. Di fatto è una condizione medievale: il grande feudatario, i piccoli, i vassalli, i valvassini, giù giù fino agli ultimi servi della gleba musicale. Ma tutti dipendono dal grande feudo: dal fanzinaro che scrive recensioni per procurarsi i dischetti gratis, alle redazioni delle corazzate dell’informazione, e ancora oltre, fino alle rassegne di musica d’autore eccetera. E il grande feudo non è neanche locale, è americano, qualcosa che c’è ma non c’è, non lo si capisce bene, non puoi rapportartici ma ti impone scelte, gusti, idee, suoni, concezioni artistiche. E di mercato.

Non mi pare che la stampa svolga, nella musica come ovunque, una vera funzione di pungolo e semmai di anticorpo.

Certo, anche la stampa, ufficiale come indipendente, non può prescindere da condizionamenti legati alla pubblicità, dal tenersi buoni certi promoter o comunque personaggi che possono influire, e possono fare la fortuna o la disgrazia di una testata. Ma ti dirò di più: la situazione invece di evolvere peggiora, anche tra chi non è direttamente soggetto al controllo dei grandi carrozzoni, chiamiamoli "indipendenti", si arroccano nei loro orticelli. Cioè ognuno guarda al suo campetto e mai oltre questo…

Perché nel giornalismo, non solo musicale, sopravvive una concezione di corto respiro se non addirittura personalistica, legata al "particulare": si tende a non sciupare le piccole rendite di posizione, l’intimità personale, l’invito o il dischetto a domicilio, la potenziale opportunità di lavoro, insomma non ci si espone come tramite per un discorso culturale più ampio, tantomeno ci si batte per sfide culturali ambiziose.

Se si evita di allargare il discorso, se ci si confina, si diventa funzionali a un discorso di potere, o più esattamente funzionali al potere in sé perché non lo si mette in discussione, non si prova a scalfirlo; non basta soffermarsi sul caso singolo, sul singolo artista o la singola situazione. Si scambiano pomodori con patate, ma il padrone dell’orto resta lo stesso. E’ quanto accade con le etichette indipendenti, frazionate da 20 anni per generi: io faccio un certo rock, tu un dato pop, quello una tipica etnica, quell’altro è concentrato sullo ska…

Il che vuol dire produrre clichè, non cultura. Infatti i risultati si vedono. Al di là delle logiche macroeconomiche e delle contingenze, il vostro isolamento sconta credo anche altre dinamiche, non cause ma effetto di certe scelte. Cioè: se siete fuori, siete fuori.

Vent’anni fa c’era Max del Mucchio Selvaggio e solo lui che si spendeva, che investiva su certe cose, noi compresi: per un discorso di stima personale, magari, ma anche di attitudine sua, autonoma a guardare fuori dall’orticello. Poteva sembrare un pazzo, ma intanto era un precursore e ci provava: era l’unico a parlare di noi. Quando poi è arrivata la casa discografica a investire su di noi, allora di giornalisti di fronte, ad ascoltare quello che avevamo da dire ne vedevamo a frotte. Poi la casa chiude i rubinetti, e chi rimane? Max Stèfani. Come vent’anni prima.

Nessun altro?

No.

Si vede che erano troppo occupati a stabilire se sia nato prima il Bugo o la Universal. Come dire: pippe da Grande Fratello, il che peraltro è sintomatico di un mucchio di cose.

Stavano dietro a lui perché in quel momento toccava a lui, c’era da promuovere lui.

A quale prezzo, cioè investendoci quanti soldi, non è dato sapere. Però torno a chiedere: c’è un gruppo con 20 anni di carriera, sta preparando nuove cose, dovere del cronista sarebbe non tirargli la volata, non leccargli gli stivali, viceversa far sapere che ci sono, stanno lavorando, insomma informare. Chi l’ha fatto?

Ti puoi rispondere da te ripensando al concerto per Fausto e Iaio: occasione metamusicale, impegno civile, un duplice omicidio mai chiarito. Bene, quanti colleghi hai visto? Quante cronache? Pure, della ricorrenza in sé, i 25 anni dalla morte, si è parlato. Quasi mai, però, dello spettacolo che a questa ricorrenza era inscidibilmente connesso. Bene, sta’ sicuro che se avessimo avuto ancora dietro la casa discografica, ce ne sarebbero stati trenta, di giornalisti lì in via Mancinelli a prendere freddo. Ma cazzo, la promozione di "Storie d’Italia" fu fatta a Milano coi minatori del Sulcis in un centro sociale, e per la conferenza stampa si scoppiava, giornalisti, comici, intellettuali, la casa disografica li aveva catalizzati tutti. D’altro canto, quando siamo stati denunciati per "cento giorni a Palermo"…

A proposito, come sta andando?

Mah, è sempre ferma lì, è una faccenda assai lunga…

Sì, è la "previtizzazione, alias privatizzazione, della Giustizia", per la quale la cara sinistra si è così amorevolmente data da fare… adesso la Nemesi processuale la punisce (ridono, ndi).

Comunque, fu il primo caso di artisti denunciati da parlamentari; e gli unici a darsi da fare chi sono? Stefano Ronzani con Max Stèfani. Ronzani manda addirittura un appello ai colleghi, che almeno lo firmassero, in segno di solidarietà… noi gli dicevamo, Stefano grazie ma guarda che è tempo perso. Difatti non s’è vista una firma! E i cari colleghi con la penna seccata erano poi tutti quelli che versavano fiumi d’inchiostro per incoraggiare l’impegno sociale, politico e civile degli artisti, che bollavano il qualunquismo di chi non si metteva in gioco, e…

… è la regola: deboli coi forti, e forti coi deboli. Facile alzare la voce con chi dietro non ha che se stesso; meno facile farlo con chi, pur facendo considerevoli puttanate, ha dietro un battage.

Ma sai, quello che manca adesso ai giornalisti è un forte entusiamo, sono le motivazioni che invece c’erano quando abbiamo cominciato noi e quando tutta una stampa musicale pure si affacciava, tentava nuove strade… era un’avventura, e una continua novità, per tutti, chi suonava e chi scriveva…

C’è questo equivoco: che se assecondi un sistema, invece di pungolarlo, diventi più rispettabile. Mentre è il contrario. Inoltre oggi fare il giornalista, in genere sembra non bastare più a nessuno: è un mestiere sempre più inteso con un malcelato senso di protagonismo, volto ad aprire altre strade, altre opportunità. Essere "solo un giornalista" non basta più. E i risultati, ancora una volta, si vedono.

(ridacchiano sornioni, ndi).

C’è, secondo voi, nella critica in genere, la disponibilità a porsi verso l’artista in modo verginale, intendo a giudicare ogni suo nuovo lavoro per quello che è? In altre parole: è possibile che di Nick Cave si dica bene (o almeno non male) sulla fiducia, per simpatia, a prescindere, e di Umberto Tozzi, per dire, il contrario, ammesso poi d’accettare di parlarne?

Non pensiamo assolutamente, non ci pare che nessuno lo faccia. È il contrario, si tende ad assecondare certi schemi, anche certi equilibri funzionali al quieto vivere e se magari c’è qualche testa calda che non ci sente allora il direttore di turno gli leva la preda, mette un altro ad occuparsene. Perché si finisce sempre per guardare al gradimento della casa discografica: se è contenta con te, allora fioccheranno gli inviti, i biglietti aerei per la prima a Londra, le occasioni… e questo rende le recensioni o delle sviolinate "a prescindere", come direbbe Totò, oppure delle sfuriate con chi, dall’altra parte, non ha la forza per mandarti affanculo.

C’è libertà di dir male (o bene) di un artista, oppure ci sono ricatti insormontabili, insomma te la fanno pagare e cara?

Ma chi lo fa? Chi s’azzarda? Una volta ci raccontò Zaccagnini che per aver stroncato un certo gruppo, forse i Duran Duran o roba così, si era trovato istantaneamente le 4 gomme della macchina fottute!… ed era tristissimo… (ridono, ndi).

E fosse solo questo… è che, nei giornali grandi, rischi il posto, altro che gomme!

Succederà lo stesso anche nel resto del mondo, indubbiamente, però in Italia capita qualcosa di più, e di peculiare: i giudizi "musicali", al 90% non toccano la proposta artistica ma i fatti personali personale dell’artista, che cazzo fa, come veste o si diverte, visi & virtù, insomma la luce va più sul personaggio che sull’artista.

"… è un grande artista, infatti è amico mio!"… (ridono, ndi)

E sì perché poi per questa strada è difficile parlare male con chi magari quella volta se lo merita. Ma la cosa più grave è che così si sconta una insufficienza proprio culturale, cioè mancano i riferimenti specifici, non si sa dove mettere le mani per giudicare un disco. E invece, se parli di un disco devi avere un minimo di spalle spalle coperte anche dal punto di vista culturale in senso lato.

Sono d’accordo; spesso, e lo si nota in certi programmi o talk-show solo apparentemente musicali, si supplisce all’ignoranza con la presunzione. Poi c’è il discorso dell’intimità col potere, come dice Ezio Mauro, e che Montanelli traduceva così: la corruzione nasce davanti a un piatto di spaghetti. Dell’abitudine di "andare a cena" con l’artista, cosa pensate? Vi sto chiedendo della vecchia abitudine dei giornalisti di essere troppo intimi degli artisti di cui poi parlano.

Che è squalificante, ancorchè diffusissima, per la categoria…

… è per questo che dopo mi dovrete invitare a mangiare le famose tagliatelle di pesce come le fa vostra mamma (shignazzano, ndi). Max me le raccomanda sempre come qualcosa di imperdibile…

… è un costume radicato, specie tra i giornalisti dei quotidiani, e una cosa che l’Ordine non dovrebbe far passare così liscia, perché…

… certe grandi abbuffate prima dell’anteprima di una tournée, con tutti i pennivendoli a masticare e, in mezzo, l’Artista come un Papa Re… certo, lo si fa: ma non per questo diventa più edificante. E, francamente, appare grottesca, poi, la pretesa dei giornalisti alla presunzione di buona fede, ovvero non essere attaccati su simili abitudini, noi che sulle stesse faccende facciamo le pulci a tutti.

Ma infatti guarda che noi, nel prossimo disco con la Macina, nelle copie promozione per la stampa inseriremo un cadeau che consiste in un ciabuscolo, salame tipico marchigiano, e una bottiglia di rosso…

Bravi! E metteteci pure un adesivo con su scritto "resistere, resistere resistere (se siete capaci)". (sghignazzano, ndi).

Tu scherzi, ma noi ti possiamo dire che ci sono tuoi colleghi, altolocati, che si son fatti recapitare addirittura vasche idromassaggio…

Porc… ma sempre agli altri? a me l’unica cosa che mi hanno mai regalato fu una penna Bic e peraltro non scriveva; anzi no: una volta dopo una conferenza stampa di uno stabilimento alimentare mi misero in mano un pacchetto di zucchero. Lo considerai offensivo, mi volevano comperare con le zollette. Lo misi in mano a mia madre, lei lo aprì e mi disse: ha fatto i vermi, dev’essere il primo pacchetto mai prodotto là dentro… (ridono forte, ndi).

… perché si passa sempre per moralisti, ma…

e certo, è il modo di neutralizzare sempre tutto…

… qui il moralismo c’entra poco, a parte te, che sei davvero un moralista e non ci piove…

…! che faccio, lo prendo come un complimento?

Ma sì, come ti pare, la questione è che qui manca proprio un minimo di senso etico… c’è un circuito che vive su queste pratiche discutibili, e lascia tanto più sconsolati perché poi c’è dentro anche gente che nutriva certi ideali, veniva da certe convinzioni che li hanno portati dove sono e invece adesso sembrano tutti così disponibili, così conformati… e dettano legge, con la parola o col silenzio condizionano vite professionali… non è moralismo, è una questione etica e tocca la mancanza di una tensione ideale.

Perché in Italia sono ancora tutto sommato sporadici i casi di collaborazioni tra musicisti? È vero che, al di là delle amicizie di facciata, dei sorrisi da Festivalbar regna l’indifferenza e la selezione naturale del mors tua eccetera?

Sì, perché c’è una situazione oggettiva, strutturale che non è superabile. C’è un mercato che decide tutto e però anche ti dice: fatti i cazzi tuoi, concentrati sulla tua carriera, le tue fortune; altrimenti ti punisco, ti sbatto fuori. Dunque, ancora una volta, un condizionamento di tipo culturale. Che tuttavia si sviluppa poi nell’assenza di determinate normative volte a favorive le collaborazioni fra artisti, detassando, favorendo intraprese in tal senso eccetera. Non è un caso che norme di questo genere non vengano mai neppure discusse. E, infine, mancano i luoghi fisici per favorire questa tendenza all’aggregazione fra artisti fin da giovanissimi.

Mi state dicendo che gli artisti sono ormai delle multinazionali personali, che è difficile fare incontrare?

Mai visto un cosiddetto big non diciamo investire, ma almeno impegnarsi sulle strutture musicali, nelle scuole, tantomeno insieme: se si uniscono, è solo per motivi pubblicitari/mercantili. O perché sono in difficoltà e tentano un rilancio… d’altra parte non vengono neppure stimolati da chi sta loro dietro. Noi ci ricordiamo Gianni Sacchi della Cramps, che aveva un amore proprio per queste cose, per mettere insieme la gente, appena aveva 10 lire le buttava per fare incontrare i musicisti, perché era convinto che facendo casino, mescolando artisti, influenze e quant’altro, alla fine qualcosa succedeva. E, tanto per dire, è successo Demetrio Stratos, che senza Sacchi non so se sarebbe mai uscito fuori dal sottobosco. Oggi di figure del genere non se ne trovano più. Si fanno i conti della serva, semmai.

Il male, il marcio sta sempre e solo nel mainstream? Il pianeta indie, in larga parte colonizzato o condizionato dalle major, è davvero il migliore dei mondi possibili per un musicista?

Ma andiamo, non è neanche da stare a discuterci sopra. Intanto, diciamo che se noi facciamo rimettere cento milioni a una multinazionale, le conseguenze possono essere relative; ma se ne facciamo bruciare dieci a una indipendente, gli esiti, paradossalmente, ma fino a un certo punto, sono molto più devastanti: per loro e per noi. Quindi, per forza di cose, non ci stai dentro e nemmeno ti fidi più tanto a sentirti dire: benissimo, dammi il prodotto che ci penso io a farlo girare. Perché nessuno può permettersi di rischiare e semmai di sbagliare. Da qui discende poi il discorso di prima, della divisione in orticelli, del giocare con le figurine: non stiamo a romperci i coglioni, ognuno non esca dal suo seminato e tiriamo a campare tutti come meno peggio possiamo. La conseguenza, drammatica, è il ruolo, proprio, delle indipendenti che si riducono ad un funzione di caporalato: cioè, dal basso, vanno a scegliere chi lavora quella mattina, per cercare di venderlo all’impresa più grande. Oggi quasi tutte le etichette minori si limitano a fare questo. Intermediazione.

Possibile che non ci siano spazi per sortire, per reinventarsi una missione, per quanto compatibile con i mezzi limitati?

Possibile, perché manca proprio il sogno, l’ossigeno mentale per tentare. Qual è, ancora oggi, il retroterra delle indipendenti? Le vecchie ceneri dell’Arci. Siamo sempre lì, e siccome Arci vuol dire un certo modo di intendere le cose, di promuovere cultura, non c’è modo di spaziare, di voltare pagina, di inventarsi modi nuovi. Perché la sinistra istituzionale non ha nessun interesse, e forse nessuna potenzialità progettuale, per uscire dalle vecchie, per quanto minate rendite di posizione. Altro che legge sulla cultura. Chi dirige la Siae e l’Enpals sono ancora i nomi di Prodi, del centrosinistra veltroniano che ha conquistato determinati centri di potere e naturalmente non li vuole né mollare né tantomeno cambiare.

C’è un tal reticolo di tributi, obblighi, adempimenti per un musicista giovane, o comunque costretto a vivere di mezzi propri diventa una barriera insormontabile all’ingresso…

Ma infatti se stai ad osservare tutte le prescrizioni, non vivi più. Tant’è vero che con l’Enpals è un condono continuo, la logica è quella del forfait: io agenzia non mi rapporto serata per serata, ma dico: accordiamoci per un tot. Tante serate, tante migliaia di euro. Se poi di serate ne faccio due o duecento, fanculo. L’importante è che ho ‘sta liberatoria Enpals, questo tesserino che mi vale per tutto l’anno.

Cosa direi non tanto regolare.

Certo, è un "patteggiamento" tra te e l’agenzia. Ma se tu sei scoperto e non hai l’agenzia che fai?

Te la pigli in quel posto?…

No! vai dall’associazione dei non professionisti. Che è il sottobosco del sottobosco e non bastano dieci giornali per descrivere tutto quello che vi accade. Entri nel giro delle associazioni culturali, che poi sono due e una fa capo alle vecchie Acli e l’altra alle vecchie Arci…

Ovvero il catto-comunismo di potere, la spartizione delle influenze e degli ambiti uscita dalla liberazione dopo il fascismo: voi vi impegnate a non fare per davvero la rivoluzione e noi ci impegnamo a non mettervi fuorilegge. Dopodichè: il governo e le strutture di controllo alla Dc, il sottogoverno e i grandi sindacati al Pci, le amministrazioni centrali democristiane e gli enti locali e del parastato a sinistra, le facoltà universitarie scientifiche al regime e quelle umanistiche ancora al Pci, da cui, gramscianamente, il monopolio della cultura, le Einaudi e le Laterza, i premi letterari che non li vinci manco morto se non sei di sinistra…

La malattia vera è il reducismo di sinistra, questi non capiscono un cazzo neanche loro…

Voi ora siete fuori dal gioco…

Indirettamente…

Indirettamente, certo. Ma accetereste di rientrarvi, di firmare per una major coinvolta, sia pure di sponda (e nessuna ne fa a meno) nella ricerca bellica?

(sinceramente stupiti) Ma no, assolutamente, chi ce lo fa fare, perché? Guarda che noi abbiamo chiuso con la Wea sbattendo la porta, rinunciando alla possibilità di fare almeno un altro disco e tagliando tutti i ponti dietro di noi: sapevamo che non avremmo più né cercato né ricevuto altre offerte da altre major.

Che peraltro, definire case discografiche è ormai clamorosamente riduttivo: sono divisioni, anche enormi, di organizzazioni assai più mastodontiche e diversificate.

Noi abbiamo deciso in quel modo anche prescidendo, in parte, dallo stretto discorso personale: avevamo chiara la visione della fine di un certo modo di fare rock in Italia, come approccio, come attitudine, e abbiamo scelto di conseguenza. Perché non c’era modo di salvare un concetto di appartenza: tieni conto che quando siamo arrivati non c’era la Wea, c’era la CGD di Caterina Caselli che è una che di musica ne capisce, un’artista con cui puoi ragionare anche da artista, capace di ascoltare un artista. Dunque spazi per operare, per crescere ce n’erano. Anche i settori erano ben definiti, entravi in uno e sapevi dov’eri, con chi, per fare cosa. Quando abbiamo capito che le condizioni non c’erano più, che quella era una scommessa ormai perduta, che altro stavamo a prenderci in giro?

Ma se la selezione, come si dice, la fa il Mercato anche nella musica, come si spiega, allora, la situazione per cui l’80% dei dischi che escono si traducono in perdite secche, se non drammatiche, in altre parole non vendono una copia?

Perché intanto queste sono ormai realtà talmente gigantesche e diversificate che quello che perdono da una parte possono tamponarlo dall’altra…

Questo però, se può spiegare il permanere di una data situazione, ancorchè perversa, non spiega però il suo determinarsi, vale a dire le ragioni che la creano.

Ma perché, l’hai scritto tu stesso sul Mucchio, il gioco oggi è quello di negare la qualità e una certa valenza culturale artistica, pericolosa perché può smuovere il pensiero, le idee; la globalizzazione impone di non pensare, di non occuparsi seriamente di arte o di politica; dunque, il sistema drogato, dei dischi che non vendono, ma che escono a raffica, è un prezzo da pagare e lo si paga. Perché le motivazioni sono altre, sono molto più spostate.

È, tuttavia, un prezzo molto alto, quando non spropositato da pagare, quando una Mariah Carey pur vendendo quasi 3 milioni di copie viene cacciata (con una buonuscita di 38 milioni di dollari) … quanto sarà costato l’investimento sul prodotto Mariah Carey, allora?

Tieni presente che, per quanto alti, i costi una multinazionale non li intende come li intendiamo noi. I costi e gli intenti. La loro logica prevede, accetta determinati costi che entrano in un mercato molto più ampio…

Però piangono, e non si spiega la logica di perdere soldi tanto per perderli: l’80% di prodotti addirittura fallimentari è una proporzione suicida e che nessuna spiegazione razionale, anche in chiave strategica o utilitaristica, riesce davvero a soccorrere…

D’altra parte si paga anche una risaputa inesperienza, una mancanza di fiuto da parte dei cosiddetti talent-scout o quello che sono oggi: Ligabue fa un milione di copie e allora si cerca di clonare dieci nuovi Ligabue, ma…

Appunto. È una cosa demenziale, perché intanto quello funziona di suo e allora a che pro accontentarsi del surrogato? inoltre è una logica di brevissimo periodo, che non va mai oltre il prossimo San Remo e qualsiasi studente al primo anno di economia sa che quella del brevissimo periodo è una logica suicida per qualsiasi azienda o mercato.

Di certo c’è un "arrivare dopo" le mode, e inseguirle, cavalcarle mentre trent’anni fa le si creava, le si imponeva… oggi al più le si ricicla.

Vedete quanto accade a proposito dell’erotismo adolescenziale in musica: abbassano sempre più l’età, scoprono sempre più pelle ma non hanno ancora capito che questo del culetto scoperto è un filone che si sta esaurendo.

Si torna alla creazione dei bisogni, più che all’effettiva soddisfazione di quelli che ci sono.

La scoperta, guarda un po’, è non solo il mercato dei prodotti, ma anche quello dei bisogni si satura. Cioè l’inconveniente cui finora il neoliberismo mondialista non è riuscito ad ovviare.

Tieni presente però che la globalizzazione, se hai le spalle abbastanza coperte, e i giganti della comunicazione e dell’intrattenimeno le hanno, così come fa perdere montagne di soldi permette però anche di far soldi semplicemente coi soldi, la Borsa, diciamo prescindendo dai prodotti in quanto tali e dal loro valore intrinseco.

C’è un condizionamento anche politico sulle strutture industriali legate alla musica? In altre parole: è possibile che uno incida un disco solo perché dichiara, o dà prova, di "votare Berlusconi", ovvero d’essere contiguo a un sistema? E, d’altra parte, che chi invece "s’impiccia", chi contesta, chi va controcorrente invece non possa essere messo in condizioni di lavorare perché considerato eversivo per questo sistema?

Come no! Torniamo all’inizio di questa conversazione, alla musica che subisce una volontà estranea che si pone quale valore egemone: a questo punto la disponibilità anche ideologica, non importa quanto matura o sincera, diciamo la affidabilità anche degli operai del sistema, diventa importantissima. Un Sanremo sarà anche architettato dalle case, ma senza l’accondiscendenza degli artisti frana – ed è una disponibilità a tutta prova - non può reggersi.

Quindi può giocare un suo ruolo negativo anche il vostro essere schierati a sinistra, in un momento in cui tutte le leve del potere, anche mediatico e culturali, sono in mano a Berlusconi?

Beh, noi abbiamo chiuso con la Wea perché abbiamo detto una serie di no che per noi erano anche ideologici: no al presidente, al produttore, al fonico imposto, tutta una serie di soggetti che volevano entrare nel processo produttivo e a quel punto dire di no non era contemplato, semplicemente non esisteva.

Forse siete stati sfigati voi: perché io non faccio che leggere (e il giornalista di turno nemmeno si sogna di contraddirla) sempre la stessa solfa in fotocopia, dagli Stones fino all’ultimo ragazzino di Sanremo giovani: nessuna pressione, nessun ricatto, ci hanno lasciato fare quel che volevamo, abbiamo le clausole che ci garantiscono massima libertà, e via salmodiando…

Ma per favore, ma non esiste proprio…

L’ultimo a riuscire in questo mi sa che è stato Battisti, che ai discografici diceva: o così o niente. Non ve lo faccio neanche ascoltare prima, tanto "non vi cambia niente".

È vero, non per niente lui ha sempre avuto l’etichetta sua, ha rinunciato a montagne di soldi, miliardi degli anni ’70 per essere davvero indipendente.

La mitica "Numero 1"… lui, De Andrè, Gaber… gente che non è mai andata al mercato, e però bastano le dita di una mano a contarli.

Ma guarda che questo non sono mica i Gang a dirlo: è Bob Dylan che, intervistato, si permette di dichiarare: di tutti i dischi che ho fatto, non ce n’è uno che suona come avrei voluto. Ma non c’è neppure bisogno che venga il presidente di turno in persona a dire: voglio le cose così e colà. È già pacifico, è acquisito, è parte integrante del sistema: oramai gli artisti sanno benissimo cosa possono e cosa non debbono fare, lo sanno da soli, non va a dirglielo nessuno. E gli sta bene, perché anche loro condividono questa logica del mercato, si pongono come uomini d’affari, di mercato e non di cultura o di arte. Non c’è polemica né moralismo (qui il moralista sei tu), è solo lo stato delle cose.

Chi comanda oggi nella musica?

I grandi capi delle multinazionali di ciascun Paese.

E vai!

Che vanno una volta al mese in America a farsi dire cosa succederà di qui al prossimo anno, e dunque si regolassero di conseguenza. È il momento della raccolta, Madonna fa la raccolta: sotto con le raccolte! Oh, Phil Collins fa la cover: tutti a fare le cover! Ma rapportato con noialtri, che cazzo c’entra?

Certo, non è che tutti sono fungibili e debbono fare la stessa cosa. Men che meno un artista. Capossela, per dire, l’ha ammesso: avevo materiale pronto, inedito, ma niente: prima la compilation.

E succede così, e il management che ha l’artista media, tratta col direttore artistico e anche i fonici, cioè chi riveste il suono del disco, non si salvano perché i grandi fonici italiani se ricevono la telefonata del direttore artistico ci mettono un giorno a trasfigurare un album. Da cui, l’assoluta omogeneità di pressochè tutte le proposte musicali, che se levi la voce dal cantante non si distinguono tra loro.

Sicuramente, un suono "americano" che si vuole spacciare per internazionale ma è solo americano: Tommaso Labranca sul "Mucchio" l’ha chiamata "la globalizzazione sonora"…

È così.

Ma uno che da grande vuol fare il musicista, con questi chiari di luna, ce la fa?

Noi sono 40 anni che lo facciamo… sì che ce la fa, perché c’è tutta una realtà, per quanto non garantita, che però almeno lascia spazio per farla questa benedetta musica.

Perché molti artisti "geniali" reggono lo spazio di un disco, al massimo due?

Perché intanto dietro non c’è un’onda, un movimento che sorregge, è tutto concepito per non durare…

… forse anche perché non c’è un carisma di base.

Sì, ma non è che lo raggiungi con uno o due dischi, e invece il tempo medio di tolleranza per un artista ormai è questo. Devi lasciarli crescere…

È vero. Esplodono i Coldplay, fanno un disco anche decente ma osannato come la nona sinfonia di Beethoven. Il disco dopo, con tutte le aspettative e le pressioni che si scatenano, è inoffensivo. Magari non infame, ma inoffensivo. Bruciati, anche loro. Come mille altri. Badly Drawn Boy…

Dischi che possono anche piacere, fare compagnia…

Fare compagnia, ahimè, è forse la loro funzione e la loro massima aspirazione…

… però poi ti senti anche l’ultimo Pearl Jam… tutto a posto, ben suonato, anche impegnato… ma poi metti su gli Who di 30 anni fa, e quelli scompaiono… è proprio un concetto di organicità gramsciana, su cui s’innesta la questione: la classe ce l’hai o non ce l’hai, e se non ce l’hai, allora…

Internet e le nuove tecnologie connesse, sono una risorsa o un modo per far fare soldi (o perderli) a chi già li ha, anche nelle forme di comunicazione artistica e culturale come la musica?

I nuovi mezzi sono un’arma a doppio taglio, e non insegnano a diventare musicisti; anzi spesso ti abituano a lavorare in cameretta, per gli affari tuoi. Che col suonare davvero ha poco a che fare. Però potrebbero almeno aiutare a veicolarli, a farli conoscere meglio i dischi e questo è un aspetto che non è stato ancora sfruttato a dovere.

Certo, perché anche qui i padroni del vapore sono gli stessi, anche se è un vapore virtuale: i mezzi per diffondere musica gratis vengono combattuti o comprati, trasformati in meri mezzi mercantili, i 4 siti che mangiano il 50% del traffico in rete appartengono a 4 multinazionali, Microsoft, Aol, Disney… sono sempre loro. La "democrazia delle rete" s’è risolta in una grande palla, tanto per cambiare.

Però è pure vero che oggi i Rem possono fare un pezzo sulla guerra, metterlo in rete e nel giro di un’ora ha girato il mondo.

Sì, ma poi? Le strutture di potere non ne vengono intaccate, resta tutto com’è e non è un caso che le grandi multinazionali abbiano concentrato e stiano tuttora concentrando, a dispetto di bagni anche giganteschi, risorse spaventose nel web e nelle tecnologie ad esso collegate. I costi poi si riflettono sul prodotto finito e, a proposito: i dischi costano troppo?

Sì!

In assoluto, o relativamente al loro valore, alla loro qualità?

Ma anche in assoluto, perché comunque non rispecchiano affatto i costi di produzione.

In che modo potrebbero costare meno?

Intanto abbassando l’Iva…

Che tuttavia è una misura che inciderebbe fino a un certo punto.

Quello che effettivamente incide sono gli innumerevoli passaggi, i troppi soggetti che ci debbono guadagnare: è un irrigare, a cascata, tutta una serie d’orticelli, dall’azienda agli studi ai turnisti, giù, giù… ed ogni passaggio si traduce in un aumento del prezzo finale. Qui si potrebbe tagliare, alleggerire ma naturalmente non lo si fa.

C’è una contraddizione da nessuno o quasi colta: oggi le moderne tecnologie permettono a chiunque di fare un disco con mezzi anche limitati, coprendo l’intero processo produttivo, dalla preproduzione ai missaggi e le sovraincisioni finali; addirittura fino alla confezione. Con una resa più che discreta, anche perché poi il supporto è digitale. Dunque i costi in sé dovrebbero scendere, tantopiù perché in questo modo si possono saltare parecchi di quegli intermediari di cui parlate voi. Invece, tranne poche eccezioni, il prezzo dei dischi non fa che salire.

Certo, perché c’è tutta una serie di altre variabili, esterne al processo strettamente produttivo, ma che sono quelle che incidono sul serio: la promozione mangia risorse immense; i passaggi nei network… è qui che girano i grossi soldi, i grandi investimenti. Ed è questo che fa lievitare il prezzo. Questo, in parte, spiega anche certe perdite di successo improvvise e in apparenza inspiegabili: quando un artista gode di simili investimenti, rischia di diventare egli stesso troppo potente, e troppo esigente. Errori fatti in passato dalle case, che adesso stanno imparato a non far diventare nessuno inattaccabile. Per cui tu vedi il grosso nome che gira bene quattro o cinque anni, ma poi arretra, cede il passo ad altri; magari, dopo qualche tempo a bagnomaria, quando il suo potere si è ridimensionato, torna ad esplodere. Ma a quel punto lui sa che è un successo dipendente da molte variabili, e che basta un attimo a perderlo.

Altra impasse: ci sono troppi dischi, un’alluvione di dischi ma poi se vai a guardare i grossi nomi, specialmente, sono molto meno prolifici di un tempo: negli anni ’70 Battisti infilava dieci capolavori, oggi uno Zero o un Baglioni fanno un inedito ogni 5 anni. Gli Stones nei primi 20 anni di carriera hanno inciso 21 album, nei secondi 20 anni solo 4, escluse le raccolte. E oltretutto, tra un Battisti del ’69 e uno del ’74 c’erano differenze abissali, c’era un’evoluzione evidente in termini di tematiche, stili, suoni, produzione. Oggi tornano dopo 5 anni e più o meno son sempre lì.

Perché in mezzo ci mitragliano in continuazione dischi di cloni, ogni Zero c’ha trenta zerini, e poi i grandi fratelli, le cover, le compilation… tutta roba che non vende ma intanto soffoca, invade.

Pensate che la pirateria sia la fonte di tutti i mali? Molti vostri colleghi, illuminati e progressisti, si scagliano contro gli ambulanti, i venditori clandestini "che fanno il gioco della camorra". Insomma non vittime ma complici. Ha un senso?

(sorridono ironici) Ma qui si invertono i termini della questione: i neri ambulanti non più vittime, non più ultimi ingranaggi di un sistema che, a livello planetario, li costringe e li condanna, ma responsabili. Camorra? Ma il cd non l’ha fatto il senegalese, l’ha fatto la Philips, stesso discorso per il masterizzatore che lo duplica…

Certo, chi inventa la barca inventa anche il naufragio…

Si dà la colpa agli ultimi del mondo per colpe che sono solo dei primi…

Ho paura di sì, e non è marxismo spicciolo (qui i marxisti siete voi…)

(ridono, ndi) Ma poi non è affatto vero che tutti i dischi che si comprano di frodo siano sottratti ai negozi, non è così, è che molta gente un dischetto è disposta a pagarlo cinque euro sì ma dieci no, e anche qui manca una educazione musicale, culturale proprio, un’abitudine al rispetto che non può essere imputata ai neri, ai gialli o agli ultimi del mondo: sono le nostre strutture, politiche, culturali, scolastiche e industriali, a non averla mai promossa; adesso è troppo comodo rimediare con gli spot…

Comodo come trovare un capro espiatorio, che non a caso è nero…

E poi si può capire un Ligabue che giustamente dice: cazzo, un milione venduto regolare e un altro taroccato, m’han fregato un miliardo di venduto. Lui sì. Ma quando sono i giganti discografici, a piangere così, diventano meno credibili.

Perché si dà un ingaggio di qualche milione di euro ad artisti che si sa in partenza non venderanno granchè, se non addirittura nulla?

Perché poi buona parte di quei milioni mica finisce nelle loro tasche: è la solita cascatella che innaffia tanti orticelli. Va detto che però le condizioni sono durissime: ti pigli, o vi pigliate, i soldi ma fate quello che dico io che ve li do. Lo fanno tutti, senza eccezione.

Perché gli artisti, come i politici e il regista Muccino, mantengono un atteggiamento da "lei non sa chi sono io", non gradiscono le domande vere e se gliele fai si sdegnano (ma non rispondono), mettono il muso e si fanno difendere dallo showman Claudio Amendola, rifondarolo in Mercedes?

Perché sono abituati bene, hanno tutta una corte intorno, nessuno che li contraddica e se questo, una volta tanto, accade dall’esterno, sono sinceramente sbigottiti; inoltre si abituano a vedersi risolvere ogni problema da manager, funzionali, addetti e factotum vari. L’unico tramite che hanno col mondo, è il loro produttore. Allora bisogna capire che i contratti che firmano portano il loro nome, ma nascondono una pletora di figure.

Voi siete stati sempre sensibili a un discorso di attenzione sociale, direi anzi che col vostro approccio è praticamente inevitabile. Insomma, per voi la musica è politica. Ma non vi pare che, nell’ambiente, si parli di solidarietà assai più di quanto non la si faccia?

Altrochè, e non solo per la solidarietà in senso stretto: pensiamo anche a quell’impegno che consiste nel diffondere un’idea culturale della musica, promuovere scuole d’arte – cosa che per esempio nel teatro accade - , incontrare i ragazzi e così via. Forse si ha bisogno di riempirsi la bocca con la solidarietà, proporzionalmente alle puttanate che si producono. Perché se si fanno per abitudine certe cose, non c’è bisogno poi di fare quella solidarietà lì, che è la più facile e la meno impegnativa, anche perché subappaltata ai consumatori, a quelli che ti comperano il dischetto. Sta di fatto che, mentre in America chi ha successo poi mette in piedi strutture, scuole e quant’altro, qui ci si compera lo yacht o lo studio di registrazione privato…

È quasi incredibile che l’unico a provarci è quel Renato Zero il quale peraltro potrebbe vivere comodo, visto il potere contrattuale che ha, e invece destina metà incassi di dischi e concerti a Fonopoli, a metà tra scuola d’arte e centro di recupero… anche se gli hanno imposto compromessi pesantissimi, diventerà solo un megastore quella roba lì!

Sì, manca un senso d’appartenenza ad una comunità, siamo ancora alle isole private: nessun uomo è un’isola, si dice, ma non è vero, purtroppo. Poi quello che offende, proprio, è l’operazione Strada-Pelù-Jovanotti, che con un miliardo…

… una logica da destra caritatevole, che si ferma all’elemosina ma non intacca, non mette in discussione le logiche perverse delle disuguaglianze, anzi di fatto le accetta.

Assolutamente! Ma devi dirlo a loro…

Ci si prova, ma fanno finta di non capire, anzi ti danno del guerrafondaio e a me gli Emergency-boys ricordano a volte le consorelle di Madre Teresa che dicevano: ma senza la povertà noi cosa saremmo? Parliamo d’altro pacifismo, di Mtv col logo ricoperto dall’arcobaleno della pace, ma Mtv poi, come giustamente rileva Eric Boehlert sul libro di Hornby "Scritti sulla musica", è quella che ha avuto un ruolo determinante nel creare il fenomeno Eminem che parla, anzi sbraita, di violenze, stupri, di "bombe come in Vietnam", che insulta e diffama una Aguilera definita pompinara ogni volta che passa il video, vale a dire dalle dieci alle venti volte al giorno, senza che l’emittente abbia alcunchè da ridire. Bella non-violenza…

Vedi che appunto la musica è politica, da qualsiasi parte la vuoi guardare. Non c’è modo di scappare. Ma, certo, questo poi richiede coerenza. E serietà.

Quando siete rimasti proprio soli, chi dei vostri colleghi vi ha espresso solidarietà? Magari anche solo in privato?

I Modena City Ramblers. E Claudio Lolli, che però è coinvolto direttamente, siamo come fratelli.

Chi altri?

Nessuno.

Dopo due ore passate a parlare coi Gang, ho capito che ha un senso quasi fatale, inevitabile il loro chiamarsi fuori dai giochi. I Gang sono due galantuomini, orgogliosi, testardi, ma indifesi contro le porcherie: con loro si respira onestà. Gli errori che possono commettere, odorano sempre di bucato. Mentre certi loro colleghi esibiscono virtù che puzzano di fogna.


Gang: quando la musica non è merce, non è mercato

Intervista di Giorgio Maimone 03.05.03
CNNItalia.It

Incontrare i Gang a Milano non è poi così difficile. Per una band che suona in concerto più di 100 volte all'anno, rientra nella normalità passare più volte dalla Lombardia, dove peraltro i Gang nutrono vaste schiere di appassionati. "Soprattutto in provincia di Milano, più che a Milano città" specifica Sandro Severini, uno dei due fratelli chitarristi marchigiani, cuore e centro propulsore della band.

Concerti e concerti, date su date, spettacoli teatrali, collaborazioni ma i dischi nuovi continuano a farsi attendere. "Controverso" è uscito nel 2000 e poi niente. Che è successo?

"È successo - spiega Marino Severini, autore dei testi, cantante e band leader - che abbiamo rotto con tutti. Anzi, ci siamo rotti noi. E allora abbiamo detto basta! È successo che con la chiusura dei rapporti con la Wea tutta la zavorra ce la siamo tolta piano piano di dosso e poi si tratta di ricominciare scegliendo con chi e come".

Ma la rottura del rapporto con la Wea ha bloccato i dischi nuovi?

"No, no. Con la Wea si è chiuso con "Controverso" e tutto si è fermato lì. C'erano i progetti per due dischi, di cui uno dal vivo, ma non se n'è fatto niente. Questo non vuol dire che non ci siano stati altri progetti. È uscito "Corpo di guerra" con il manifesto con due canzoni nostre e poi partecipazioni ad altre compilation e dischi con A rivista anarchica. Poi, soprattutto, ci sono stati più concerti, perché potendoci organizzare da soli abbiamo fatto molte più date, nonostante non ci sia materiale nuovo".

Però ho visto che e c'è in preparazione un disco di cover, giusto?

Sì, ma prima, per una questione di precedenza c'è da fare uscire il disco con la Macina. Sono un paio d'anni che con la Macina, che è un canzoniere marchigiano, stiamo lavorando a un progetto di un disco, ormai da fare uscire al più presto e magari con il manifesto.

Ma il disco con La Macina che disco è? Perché loro fanno musica popolare ...

"Con loro si è fatto uno spettacolo dove metà repertorio è nostro e metà è loro; la formazione è a nove elementi, cioè tutti e due i gruppi insieme. I pezzi della tradizione li abbiamo riarrangiati noi, sui pezzi nostri hanno fatto un lavoro di arrangiamento loro. Ne viene fuori un bel lavoro compatto anche perché, di fatto, abbiamo suonato come se fosse un gruppo solo. Questo a noi ha fatto molto piacere, perché loro hanno scelto temi molto vicini o attinenti al nostro canzoniere. Ci sono ad esempio le canzoni popolari sul lavoro e a fianco la nostra "Sesto San Giovanni", "Cecilia" e accanto "Iside", le ninna nanna e le filastrocche e "Buonanotte ai viaggiatori" e "Il Palazzo di Babele". Un bell'affresco di canzoni marchigiane via!"

E il disco di cover? Ho visto che sono tutti cantautori celebri, del periodo d'oro della nostra musica d'autore.

"Sì. Gli Stormy Six, gli Area, poi c'è Claudio Lolli, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Gianfranco Manfredi ("Non è una malattia") , Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea.

Bennato?

"No, Bennato no - risponde Sandro - perché tutte le canzoni sono abbondantemente riviste, a parte i testi e non abbiamo trovato nulla di suo che ci andasse bene. Un sacco di persone sempre ci ha chiesto: "perché non fate Bennato?"

Guccini?

"Neanche".

Mentre di De André dovrebbe essercene una?

"Canzone del maggio" di De André. L'abbiamo già fatta a Genova dal vivo.

Viene bene? Funziona?

"Sai - spiega Marino - sono tutte canzoni che fanno parte delle radici nostre. C'è un po' di nostalgia tra virgolette, ma anche la voglia di massacrarle abbastanza. Quindi le canzoni che si prestano al massacro bene, le altre le lasciamo lì come stanno. "La canzone del maggio" è un bell'inno e poi è tornata tragicamente d'attualità perché sembra scritta ieri. Se non è maggio è luglio, se non è Parigi è Genova, ma siamo sempre lì."

Gang: liberi dal mercato e "fuori dal controllo"

Intervista di Giorgio Maimone 02.06.03
CNNItalia.It

Il pubblico dei Gang è paziente e fedele, ma adesso l'assenza dei loro dischi dalla vendita inizia a farsi pesante. Dopo l'ultimo disco per la Wea nel 2000, un silenzio di tre anni che sembra destinato a continuare fino a dopo l'estate. Il primo disco, quello con la Macina, è infatti in programma per settembre. La speranza è che poi, a ritmi più ravvicinati seguano le altre pubblicazioni. Il problema - ne discutiamo coi fratelli Severini - è la carenza da canzoni nuove. E' come quando prendi l'assuefazione.

Ci avete abituato troppo bene. E adesso ci mancano quegli inni collettivi, quelle canzoni che ci davano l'idea di essere tutti parte di una grande tribù.

"La tribù stia pure tranquilla - sorride Marino Severini, cantante e front-man del gruppo - di canzoni nuove c'è ne stanno pure troppe. Il problema è quando farle uscire Se il disco magari esce tra due-tre mesi allora le canzoni sono ancora attuali per noi, Se magari esce alla fine dell'anno, metà disco non lo senti più tuo. Vuoi qualche titolo? "Sangue e cenere, "Ottavo chilometro" che è una storia di partigiani, poi abbiamo in ballo un'altra collaborazione con Erri de luca. Se tutto questo andrà a finire nel disco non te lo so dire, dipende poi dall'uscita".

Ma nei concerti non le canzoni nuove non trovano spazio. Perché non le proponete?

"No, perché senno sarebbero già vecchie nel momento in cui esce il disco. Uno non dovrebbe ... Poi ogni tanto anche nei concerti abbiamo fatto "liberi liberi" che era per Sofri, ma in realtà dipende dall'attualità della cosa. Possono anche esistere canzoni che restano lì, che uno non mette in nessun disco, canzoni-lucciole che campano qualche mese dal vivo e basta".

Però restiamo pericolosamente in deficit di canzoni. Credimi, può essere letale non sentire nulla di nuovo dei Gang per anni.

"Il pericolo era proprio quello per me e Sandro che si creasse dopo Genova e le torri gemelle un clima dell'immediatezza. Le canzoni subito per cantare quello che ci stava accadendo intorno. Io ho cercato di aspettare il più possibile perché queste storie fossero più lontane e magari cantarle ma attraverso altre vicende. Ci stanno ancora tante altre storie, ma le voglio vedere un po' alla lontana, anche perché l'attualità sa di retorica".

"Anche Sesto San Giovanni - ricorda Sandro - era un po' di tempo che non la suonavamo più adesso l'abbiamo ripresa per quello che sta succedendo in giro con la Fiat e le altre storie operaie".

Poi non è del tutto vero che non vi si senta più: su "Corpo di guerra" ci sono due bellissime canzoni vostre: "Il tempo in cui ci si innamora" e "Aprile".

"Aggregarsi fa la forza. E noi ci crediamo - specifica Marino - Anche con Andrea Parodi, adesso che siamo sulla strada insieme ci si conosce meglio. Più c'è la possibilità di incontri e questi incontro sono legati anche al clima, alla collaborazione, alla serata più si cresce".

"E così ci sono i lavori con i Malavita che sono quasi nostri parenti - interviene Sandro - siamo della stessa zona, nelle Marche, il batterista suonava con noi. Sono come i Clash dei primi tempi, tutto filtrato da Mano Negra. Ma anche con tanti altri come i Tupamaros, i Marmaja, Andrea Liberatori, tutte situazioni dove si libera una gran bella energia".

"Questo è il bello di non avere un contratto con case discografiche - riprende il filo Marino - quindi non dobbiamo porci problemi di zavorra tipo "questo non lo fare che ti rovina l'immagine. E non c'è nemmeno la fretta di produrre: il tour un anno, allora ci vuole un altro disco. Poi ci vuole materiale nuovo e fare un altro disco. No, grazie a dio non è più così. Questa fretta non c'è. Quando arriva arriva. Che sia tour che sia disco".

Beh, per quanto riguarda il tour siete in pratica come il Bob Dylan del "Never ending tour", sempre in giro, sempre su piazza.

"C'è una ragione molto semplice per questo: se uno fa canzoni e fa musica deve stare dove questo aggrega, dà emozioni, perché è parte integrante di quella cultura, di quelle relazioni. Oltre tutto, questo ci dà la possibilità di vivere di canzoni, di musica. Che non è poco. Non c'è più però un'agenzia che organizza che filtra che vaglia ... C'è un rapporto diretto con chi organizza. Il mondo dello showbiz è un sistema che è lontanissimo dal mostro modo di concepire le relazioni all'interno della musica che non è solo merce, non è solo mercato"

Voi avete storicamente due anime. Una più cantautorale, con un occhio la folk rivisitato e l'altra decisamente rock. Gli ultimi dischi "suonavano" rock e ora? Come suoneranno i prossimi?

"Io penso - dice Marino - che la musica popolare almeno come l'abbiamo sempre vista noi sia il più grande linguaggio del '900. Il rock & roll è musica popolare. Quello americano poi ha una radice fortissima. Woody Guthrie torna e ritorna su questi temi, ma li senti vivi anche in Springsteen. Io penso che non ci sia grande differenza. E' più un fatto d'estetica, formale: qui c'è una fisarmonica e una chitarra acustica, là ce n'è una elettrica. E' sostanzialmente un fatto estetico".

Ma, per scrivere rock, non devi cambiare anche forma di scrittura?

"No, no. La scrittura non subisce grandi traumi a seconda dell'arrangiamento. La forma canzone non subisce chissà che grandi traumi e cambiamenti. Ci sono canzoni nate folk che poi diventano elettriche, poi tornano folk. Gli stili sono finiti. I Clash forse con "Sandinista" hanno messo la pietra tombale sopra gli stili, con le aggregazioni delle culture delle strada attraverso le subculture. Come dice anche Kusturica oggi l'importante è che questa grande energia si concentri. I fiumi sono in piena, sono grandi e lì in mezzo c'è tutto. Quello che fa la differenza è magari un approccio energico, passionale, a un certo tipo di musica."

E' innegabile però che "Storie d'Italia" suona diverso da "Controverso"

"Storie d'Italia era il progetto del recupero di alcuni frammenti del repertorio popolare italiano. Un trittico di dischi che cercava di recuperare questa dimensione importante. Finita quella stagione, quei tre dischi lì c'era la nostalgia e la voglia di tornare al garage di casa. A quel punto sono arrivati i Pearl Jam e hanno fatto da collante. Adesso siamo tra l'altro un gruppo con forti differenze di età: noi fratelli viaggiamo negli "anta" e il batterista potrebbe essere nostro figlio".

A questo punto è naturale la domanda, visto che hai citato i Pearl Jam e prima i Clash. Chi sono adesso i gruppi che vi piacciono di più?

I Pearl Jam - risponde Sandro - dopo i Clash, sono quelli che ci interessano più. E i Rem. Gli altri durano due o tre mesi e poi scompaiono. In Italia siamo legati da rapporti di amicizia: c'è una grande carovana di amicizia musicale che percorre l'Italia: i Mau Mau, i Modena City Ramblers, Tupamaros, Marmaja, la grande carovana di cui facciamo parte anche noi.

Come stile di scrittura c'è stata una certa evoluzione negli anni?

"Scrivere canzoni - dice Marino - è come suonare la chitarra c'è un approccio molto istintivo. C'è solo il confronto con cose che ti piacciono e che ti danno emozione. Se ci sia evoluzione o meno questo dipende dall'energia che intorno si crea, anche dalle storie che intorno ci succedono quando andiamo a suonare, ma anche dai dischi, i film, i libri che leggiamo. Quello che importa è la vita che c'è intorno. Essere organici a quello che si muove. Se non c'è quello, se non c'è l'ambiente, se non c'è il tessuto sociale si fanno delle brutte canzoni".

C'è stato anche un momento di riflusso? La sensazione, a un certo punto è stata un po' quella che "gli eroi sono stanchi?

"Non si capiva come venire fuori da una situazione che mano mano ci aveva incastrato. La stanchezza è legata al dubbio, alle canne, all'alcool, ai chilometri. L'inizio del Governo Berlusconi non è stato un bel periodo".

"Peraltro - interviene Sandro - c'è il paradosso che quando la sinistra è più forte noi suoniamo di meno. Nel momento che è arrivato Berlusconi c'è stato il ritorno di fiamma. Ci vengono a cercare".

"Berlusconi - conclude Marino - è un gran dramma per questo Paese; sarà una stagione che ricorderemo tra qualche anno, ma il dramma vero è a sinistra. Ed è questo che poi di fatto permette anche l'accesso alla barbarie di Berlusconi. La sinistra era in rotta fino a poco tempo fa. Ora sono entrati questi al potere e buttali un po' via! Sono questi dei panni sporchi che non si dovrebbero lavare solo in famiglia, ma nella società civile. Cofferati ora è quello che si vive in giro, ma credo che possa esserci una riscossa all'orizzonte. Darà la possibilità di ottenere, anche fosse solo per l'emergenza, che la sinistra si ricompatti su territori comuni".