Banca Memoria


"...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la piú grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra."

(Ray Bradbury - "Fahrenheit 451")

Capitolo I - "il quadro storico politico nel dopoguerra"

| il nodo siciliano | direttive internazionali | situazione politica italiana nell'immediato dopoguerra |
| strutture paramilitari nell'immediato dopoguerra | Ulteriori emergenze documentali | prime conclusioni |

sommario

1. Il nodo siciliano
1.1 Il periodo storico '69-'84, oggetto di analisi specifica da parte della Commissione, è chiuso dalla cosiddetta "strage di Natale". Il 23 dicembre 1984 un ordigno di notevole potenza comandato a distanza veniva fatto esplodere in una carrozza di seconda classe del rapido 904, in servizio fra Napoli e Milano, che transitava in galleria in località San Benedetto Val di Sambro. L'esplosione provocò la morte di sedici passeggeri e il ferimento di altri 250. Non si è trattato, a differenza di altre che l'avevano preceduta, di una strage impunita (o almeno totalmente impunita), atteso che quale ideatore e organizzatore della strage è stato condannato, unitamente ad altri tre imputati, il noto mafioso Giuseppe (Pippo) Calò. Tale condanna dei responsabili indusse la Commissione, nella relazione 28 febbraio 1994, a ritenere questo episodio liminare alla propria competenza, considerando quest'ultima funzionalizzata all'accertamento delle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, sicché ne restava estranea una strage i cui responsabili erano stati almeno in parte identificati. Né mancò la Commissione di sottolineare in quella sede che l'accertata matrice mafiosa avrebbe comunque imposto una separata considerazione della strage del "904" per la mancanza di legami sostanziali con le altre che, a partire da piazza Fontana, l'avevano preceduta nel quindicennio considerato. E' un giudizio che la Commissione ritiene di dover riconsiderare nella diversa prospettiva di indagine che ha assunto. Vero è che, pur in tale più ampio angolo visuale, l'accertata matrice mafiosa dell'episodio parrebbe in qualche misura separare la strage del "904" dalle precedenti e configurarla quasi come una anticipazione degli attentati di Roma, Milano e Firenze che hanno segnato l'estate del 1993 ed in ordine ai quali indagini giudiziarie già abbastanza avanzate sembrano su solide basi orientate nell'individuare una responsabilità del vertice mafioso. Parrebbe quindi la "strage di Natale" configurarsi come l'atto iniziale o addirittura il prodromo di una nuova strategia da parte di Cosa Nostra e cioè di un'associazione criminale che nella sua storia sanguinosa, pur non indietreggiando dinanzi all'utilizzazione del mezzo stragista, se ne è prevaletemente avvalsa quale modalità necessaria per colpire obiettivi determinati (chiaro è il riferimento alle stragi poste in essere per eliminare magistrati come Chinnici, Falcone e Borsellino) (1). E tuttavia è la stessa personalità del principale responsabile individuato per la strage del "904", a fornire spunti di rilievo opposto nella prospettiva generale di indagine che la Commissione si è proposta. Risultanze processuali da tempo consolidate (e che hanno ricevuto conferma anche in indagini recenti come quella dell'omicidio del giornalista Pecorelli) consentono, infatti, di individuare uno specifico "ruolo di frontiera" svolto da Giuseppe Calò nell'organizzazione mafiosa. Ed infatti il Calò, già capo mandamento di Porta Nuova e vicino dapprima a Stefano Bontade ma in seguito legato al gruppo emergente dei Corleonesi, si trasferisce e diviene operativo in Roma sin dagli inizi degli anni settanta dove, prevalentemente sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, stringe rapporti con la criminalità romama ed in particolare con la banda della Magliana, consentendo alla stessa un salto di qualità e di pericolosità in un intreccio di interessi politici e finanziari che le indagini tendono a rendere sempre più chiaro. Né sfugge sul punto dell'analisi della Commissione come già verso la metà degli anni ottanta (e ciò ancor prima che il ruolo del Calò nella strage del "904" fosse stato accertato) il sedicente Mario Aglialoro fu individuato come un "deus ex machina di torbide vicende e di oscure manovre" nell'ambito di quella che già allora appariva "una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica"; e ciò sulla base di "fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e di inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti" (2). E' quindi su tali solide basi che la Commissione attribuisce rilievo all'affermata responsabilità di Pippo Calò per la strage del "904" e cioè nella ragionevole certezza che la emersione della matrice mafiosa nell'ultima delle grandi stragi che chiude il quindicennio 1969-84 offre una pista che conduce in una zona grigia caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile in molte delle vicende anche anteriori al 1984, che hanno caratterizzato il periodo (si pensi ai casi Sindona e Calvi, all'affare Moro, all'omicidio Pecorelli...). Emerge quindi "un nodo siciliano" che lungi dal chiudersi nel contesto periferico della storia dell'isola, merita di essere approfonditamente scandagliato per la sua ben più incidenza nella storia del Paese.
1.2. L'esistenza di un rapporto diretto tra settori politici e istituzionali e il potere mafioso è dato che, sin dalla fase fondativa della Repubblica, può ritenersi evincibile da documentate certezze. Nella relazione di minoranza del Movimento sociale italiano, presentata al termine dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia della VI legislatura, vi sono, sotto forma di allegati, due documenti che appaiono di grande interesse per chiarire la possibile origine di un dialogo con la mafia di settori politici e istituzionali, fondando, sia pure sulla base di una valutazione probabilistica, l'ipotesi che tale dialogo (in forme ora armistiziali, ora più intensamente collusive) sia proseguito nei decenni successivi. Sono due rapporti, con classifica di segretezza, inviati dal console generale degli Stati Uniti a Palermo, Alfred T. Nester, al Segretario di Stato il 21 e il 27 novembre 1944. Iltitolo del primo è "Meeting of Maffia Leaders with General Giuseppe Castellano and formation of group favoring autonomy". Il testo, anch'esso in inglese, dice: "Signore, ho l'onore di informarla che il 18 novembre 1944 il generale Giuseppe Castellano, insieme ai capi della Maffia, presente Calogero Vizzini, si è incontrato con Virgilio Nasi, capo della nota famiglia Nasi di Trapani, e gli ha offerto di assumere la direzione del Movimento per l'autonomia siciliana, appoggiato dalla Maffia (...). Il Movimento è ancora in una fase iniziale di organizzazione, quindi questo mio rapporto non potrà essere completo. Il generale Castello (...) ha stretto contatti con i capimaffia e li ha incontrati in più occasioni. Come già riferito nel mio dispaccio n. 65 del 18 novembre 1944, membri importanti della Maffia si sono incontrati a Palermo, e uno dei risultati di questi incontri è stato di chiedere a Virgilio Nasi di Trapani di mettersi alla testa del Movimento, con l'obiettivo di diventare Alto Commissario per la Sicilia. (...) (3). Il secondo documento, datato, come si è detto, 27 novembre 1944, ha per titolo: "Formation of group favoring Autonomy under direction of Maffia". In esso è ripreso il testo di un rapporto dell'OSS nel quale è detto tra l'altro: "Dopo tre giorni di incontri segreti con esponenti della Maffia a Palermo, il generale Giuseppe Castellano, comandante della divisione Aosta di stanza in Sicilia, ha setso una bozza di accordo sulla scelta e l'appoggio di un candidato come Alto Commissario per sostituire il favorito Salvatore Aldisio, della Democrazia Cristiana. (...). Il candidato è un cavallo oscuro, un famoso siciliano, Virgilio Nasi, boss della provincia di Trapani, che è stato avvicinato dal generale Castellano, dopo aver esposto il suo piano ai capi dell'alta Maffia durante la settimana. L'incontro tra il generale Castellano e Nasi è avvenuto sabato su una spiaggia fuori mano a Castellammare del Golfo. Erano presenti due luogotenenti di Nasi, l'ex aiutante del generale Castellano in Nord Africa e a Roma, il capitano Vito Guarrasi e l'avvocato Vito Fodera" (4). Sono dati che non hanno soltanto un valore storico chiuso alla fase fondativa della nostra Repubblica (5), ma che assumono rilievo anche alla luce di nuove ipotesi accusatorie formulate dalla magistratura inquirente, con riferimento ad una continuità di relazioni che dirigenti politici e di governo di assoluto rilievo avrebbero stabilito, nel corso dell'ultimo quarantennio, con uomini e ambienti vicini e addirittura organici alla mafia. Dovuta è peraltro l'avvertenza che, nell'assunta prospettiva d'indagine, tali clamorosi episodi, che pur meritano opportuna verifica giudiziaria, assumerebbero, se positivamente verificati, il rilievo non tanto come momenti in cui veniva stretto o confermato un patto collusivo, quanto in realtà come momenti di crisi di un rapporto armistiziale ben più antico; un armistizio che, peraltro, acquista un senso compiuto nel chiarimento delle condizioni storiche che lo hanno determinato e reso possibile, in una situazione internazionale che - già e videnziatasi sul finire del secondo conflitto mondiale - ha poi caratterizzato e permeato di sé l'intera storia successiva. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, è degna di qualche rilievo la dichiarazione a suo tempo rilasciata al settimanale Panorama dall'ex agente della Cia Victor Marchetti: "la Mafia, per sua natura anticomunista è uno degli elementi su cui poggia la Cia per tenere sotto controllo l'Italia" (6). Visto in questa luce, il rapporto con la mafia appare come un fenomeno funzionale ad un più vasto disegno di diplomazia segreta. Naturalmente non si può dimenticare che la mafia è primariamente un fenomeno criminale, ma è certo che, per comprendere pienamente gli eventuali siciliani e talora nazionali dell'ultimo quarto di secolo, occorre tener presente anche questo aspetto. E' molto verosimile che l'iniziale inglobamento della mafia siculo-americana all'interno del piano strategico di sbarco alleato nel luglio 1943 sia stato poi prolungato nel tempo al fine di conservare un controllo della Sicilia come "ridotto" difensivo finale del Mediterraneo meridionale in caso di offensiva terrestre sovietica. Sul punto e conclusivamente basterà sottolineare la specularità di logica che sembra collegare i ricordati anzidetti documenti del 1944 alla risposta che, secondo un collaborante di giustizia, un uomo di vertice della mafia avrebbe dato ad un referente politico di massimo livello in momento di acuta crisi del supposto rapporto: "In Sicilia comandiamo noi" Se non volete cancellare completamente la Democrazia Cristiana dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l'Italia meridionale. Potete contare solo sui voti del Nord, dove votano turri comunista" (7). E' un episodio quest'ultimo che, giova rammentarlo, necessita ancora di una compiuta verifica in sede giudiziaria, ma che, ove verificato, salderebbe in termini di continuità la prova di un lungo armistizio tra il potere costituito e l'organizzazione mafiosa, chiarendone da un lato le ragioni di reciproca convenienza, inserendolo dall'altro in un quadro ben più ampio di quello siciliano e che travalica, nella sua logica complessiva, gli stessi confini italiani.

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2. Le direttive internazionali nei documenti del National Security Council

Il quadro internazionale più volte richiamato, che si determinò già nella fase finale del secondo conflitto mondiale e venne a consolidarsi nei decenni successivi, è così noto da non meritare forse troppa ampia esplicitazione. Sicché è solo compiutezza espositiva che induce a rammentare, sia pure in termini di dovuta sommarietà, come il 12 marzo 1947 il Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, di fronte al forte espansionismo sovietico nell'Europa orientale, pronunciò dinanzi al Congresso il celebre discorso che sarebbe stato ricordato come l'enunciazione della dottrina che porterà il suo nome. In base ad essa gli Stati Uniti si facevano carico di proteggere militarmente qualsiasi zona del mondo fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti e da forme di guerriglia comunque appoggiate da paesi di area comunista. Una enunciazione programmatica, che informò di sé tutta la politica statunitense del successivo quarantennio. Sui riflessi che tale politica ebbe nella situazione interna italiana la Commissione ha già ampiamente riferito al Parlamento nella prerelazione relativa all'organizzazione Gladio. Sono dati su cui appare ora opportuno ritornare nella prospettiva di un'indagine volta a ricostruire una realtà storica complessiva, di cui l'attivazione della struttura Gladio costituisce soltanto un momento. In tale direzione indagativa la Commissione ha già sottolineato l'importanza che rivestono i documenti del National Security Council, a partire dal documento n. 1/2 del 10 febbraio 1948. In previsione di una possibile invasione dell'Italia da parte di forze militari provenienti dall'Europa Orientale, o nell'ipotesi che una parte dell'Italia cadesse sotto dominazione comunista a causa di una insurrezione armata o di altre iniziative illegali, il governo degli Stati Uniti predispose un piano articolato in sette punti, il cui ultimo paragrafo prevedeva di: "Dispiegare forze in Sicilia o in Sardegna, o in entrambe, con il consenso del governo italiano legale e dopo consultazione con gli Inglesi, in forze sufficienti ad occupare queste isole contro l'opposizione comunista indigena non appena la posizione dei comunisti in Italia indichi che un governo illegale dominato dai comunisti controlla tutta la penisola italiana" (8). Ancor più interessante è il documento successivo: NSC 1/3 dell'8 marzo 1948, dal titolo: "Posizione degli Stati Uniti nei confronti dell'Italia alla luce della possibilità di una partecipazione comunista al governo attraverso sistemi legali" (9). Fin dalle prime righe del documento, il problema politico viene posto con grande chiarezza. Si legge infatti: "Gli interessi degli Stati Uniti nell'area del Mediterraneo, relativi ai problemi di sicurezza, risultano seriamente minacciati dalla possibilità che il Fronte Popolare, dominato dai comunisti, ottenga una partecipazione al Governo attraverso le elezioni nazionali che si terranno in aprile e che, come conseguenza di ciò, i comunisti, seguendo uno schema ormai consueto nell'Europa dell'Est, potrebbero riuscire ad ottenere il completo controllo del Governo e a trasformare l'Italia in uno stato totalitario subordinato a Mosca. Un'eventualità del genere produrrebbe un effetto demoralizzante in tutta l'Europa occidentale, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente" (10). Nella parte conclusiva del documento sono elencati i provvedimenti che gli Stati Uniti dovrebbero prendere "nel caso in cui i comunisti italiani dovessero riuscire ad ottenere la guida del governo attraverso sistemi legali" (11). Tra essi figurano, al punto a): "Prendere delle misure immediate, compreso ciascun tipo di misura coercitiva, per realizzare una mobilitazione limitata", e al punto d): "Fornire assistenza militare e finanziaria alla base anti-comunista italiana" (12). I documenti della serie NSC1 vennero sostituiti, a partire dall'aprile 1950, con quelli della serie NSC67; l'ultima versione, l'NSC67/3, redatta dal National Security Council il 5 gennaio 1951, venne infine approvata dal Presidente degli Stati Uniti l'11 dello stesso mese. Si trattava di una sintesi delle ipotesi previste dall'NSC1/2 e NSC1/3 con una leggera limitazione in quanto l'attacco esterno all'Italia ricadeva ora nella responsabilità della Nato. Il documento trattava quindi delle misure preventive e, eventualmente, punitive da adottarsi in caso di insurrezione interna appoggiata dall'esterno o di partecipazione del partito comunista al governo con mezzi legali. Fra le misure preventive è da notare il suggerimento, messo in pratica alcuni mesi più tardi (Dichiarazioni anglo-franco-americana del 26 settembre 1951), di avviare le procedure per una revisione informale del Trattato di pace, specialmente di quelle parti che imponevano dei limti sulla qualità e la quantità delle Forze armate nazionali. Le misure punitive in caso di insurrezione interna erano volutamente lasciate nel vago; gli stessi JCS (Joint Chiefs of Staff) avevano insistito su questo punto; si auspicava infatti di "utilizzare le forze militari statunitensi in modo da essere in grado di impedire, quando necessario, che l'Italia cada sotto il dominio comunista" (13). Una ulteriore clausola specifica che ciò sarebbe stato attuato in ogni caso con il consenso del governo italiano e secondo le direttive elaborate nell'occasione dai JCS. Ancora più vaghe apparivano le misure legali: "Gli Stati Uniti dovrebbero dare corso alle iniziative (censura) mirate ad impedire la presa del potere da parte dei comunisti e a rafforzare la determinazione italiana di opporsi al comunismo" (14). Queste direttive rimasero immutate durante il primo anno della nuova amministrazione Eisenhower. Nell'aprile 1954, l'NSC67/3 venne sostituita dall'NSC5411/2: il documento si differenziava da quelli dell'amministrazione precedente per l'insistenza sull'importanza strategica della penisola nell'ambito della Nato, definita a "una posizione geografica cardine" (15). Il documento analizzava i successi del sostegno americano alla rinascita economica italiana e il parallelo fallimento della politica anticomunista. Il miglioramento della situazione economica non aveva funzionato come antidoto all'affermazione dei socialcomunisti (come dimostravano i risultati elettorali del 1953); l'anticomunismo dei governi succedutisi dopo le elezioni politiche del 1953 avevano dato prova di grande instabilità. L'NSC auspicava per l'Italia un governo costituzionale democratico, sorretto da una florida situazione economica. L'ipotesi di un governo autoritario di destra, anche se definita preferibile a quella di un governo comunista, non veniva prospettata come uno scenario desiderabile (ed è questo un profilo importante perché individua nella stabilizzazione del quadro politico italiano, il principale obiettivo strategico comunque perseguito). Venendo alle tradizionali ipotesi previste in merito ad una presa di potere comunista (attacco esterno, insurrezione interna sorretta da un appoggio sovietico, mezzi legali), la versione disponibile del documento è pesantemente censurata; in essa non appare dunque alcun riferimento alle ultime due ipotesi e, nel caso della prima, il riferimento va, come già nell'NSC67/3, alla garanzia fornita dal Trattato Nord Atlantico. Non è dato sapere quindi cosa sarebbe successo nelle altre due ipotesi. Si arriva così all'NSC6014 del 16 agosto 1960 in cui la parte analitica era approfondita ulteriormente secondo le linee già tracciate dall'NSC5411/2. Il documento rilevava ancora una volta come, a partire dalle elezioni del 1953, l'instabilità politica di governo fosse ststa accentuata dalle spaccature interne al partito di maggioranza, dall'incapacità di formare coalizioni di governo durature e dalla differenza di opinioni esistenti nelle varie forze democratiche sulla credibilità di una partecipazione socialista al governo. Per questo si auspicava l'appoggio all'evoluzione del PSI vreso posizioni autonome rispetto al PCI e filo-occidentali. Finché tale cambiamento non fosse stato palese, l'influenza del PSI sulla politica estera e sulla politica di difesa nazionale doveva essere contrastata. Il maggiore pericolo, stando così la situazione, era "che le forze politiche ed economiche conservatrici e quelle clericali costituissero con le forze neofasciste un Fronte nazionale contrapposto a un Fronte popolare, guidato dai comunisti, comprendente le classi lavoratrici e gli elementi democratici della sinistra moderata" (16). In sostanza, pur riconoscendo, come era stato dichiarato nel NSC 5411/2, che un regime autoritario sarebbe stato meno pericoloso nel breve periodo per gli interessi della politica estera americana, si affermava che nel lungo periodo avrebbe avuto un effetto deleterio, aggravando le frizioni interne e rafforzando in ultima analisi lo stesso partito comunista. Per quanto riguarda la parte punitiva, la censura impedisce anche in questo caso di valutare appieno il significato del documento. Non è chiaro infatti se le misure prese in considerazione per contrastare l'avvento con mezzi legali o illegali del PCI al governo fossero solo di tipo non militare (come appare dal testo) o non comprendessero invece altri tipi di interventi (eventualmente censurati). Va comunque sottolineato che una versione aggiornata dello stesso documento (NSC6014/1 del 19 gennaio 1961) escludeva l'ipotesi di azioni militari in questa circostanza almeno che non fossero attuate di concerto con altri alleati europei. La lettura dei documenti attinenti l'Italia negli anni '50 sembra dunque screditare l'ipotesi di un intervento militare diretto americano automatico in caso di avvento del PCI al governo con mezzi legali o illegali. Rimanevano in piedi le tattiche elaborate fin dal 1948 dello stesso NSC per fronteggiare il pericolo comunista a livello mondiale. Si trattava di quelle che vennero definite covert operations nella direttiva NSC 10/2 del 18 giugno 1948: erano misure che avrebbero affiancato le attività all'estero di carattere ufficiale e per le quali, a differenza di queste, non doveva essere possibile risalire alla responsabilità del governo americano. Si trattava, cioè, di operazioni legali e illegali di cui il Governo avrebbe avuto la paternità, ma non avrebbe assunto la responsabilità. La tipologia di queste operazioni era assai vasta. Si trattava di "propaganda, guerra economica; azione preventiva diretta, comprendente il sabotaggio, l'antisabotaggio, misure di demolizione ed evacuazione; sovversione contro Stati ostili, comprendente assistenza a movimenti clandestini di resistenza, a gruppi di guerriglia e di liberazione di rifugiati, nonché appoggio ad elementi indigeni anticomunisti nei paesi del mondo libero minacciati" "Tali opinioni" ... "non dovranno includere conflitti armati condotti da forze militari riconosciute, spionaggio, controspionaggio, copertura e occultamento di azioni militari" (17). Responsabile di questo tipo di operazioni era la nuova branca della CIA, l'Office of Special Projects; solo in caso di guerra, o quando il Presidente degli Stati Uniti lo avesse richiesto, i piani per le covert operations (operazioni coperte) sarebbero stati coordinati con i Joint Chiefs of Staff. Ciò significa che la CIA godeva, in questo campo e in tempo di pace, della massima discrezionalità. Questa direttiva, modificata secondo termini che rimangono sconosciuti (NSC10/5, non rinvenuta), rimase in vigore fino al marzo 1954, quando venne approvato un nuovo documento riguardante le covert operations che, nel frattempo, erano diventate un cavallo di battaglia della nuova amministrazione Eisenhower. Le attività delle aree dominate o minacciate dal comunismo internazionale venivano in questo documento specificate con chiarezza (e senza censure). Si trattava di "sviluppare una resistenza clandestina, favorire operazioni coperte e di guerriglia ed assicurare la disponibilità di tali forze nel caso di conflitto bellico, compreso sia l'approntamento, ovunque praticabile, di una base a partire dalla quale l'esercito posa espandere, in tempo di guerra, il suddetto tipo di forze nell'ambito di teatri attivi delle operazioni, sia l'approntamento di strutture stay behind e strumenti per l'evasione e la fuga" . (18) La novità del documento non consisteva solo nel prevedere la creazione di "Stay-behind assets" ("strutture stay behind") poggiati su basi costituite nei vari paesi fin dal tempo di pace per attivarle in tempo di guerra, ma anche nel preconizzare la collaborazione fra CIA e militari non solo in caso di conflitto (come risultava dal documento precedente). Questo aspetto venne ulteriormente chiarito in una revisione del NSC 5412, ovvero l'NSC 5412/2 del 28 dicembre 1955, in cui si prospetta la necessità per la CIA di avvisare il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa, nonché un rappresentante dello stesso Presidente riguardo alle attività intraprese sotto il titolo di covert operations. La discrezionalità della CIA era cioè fortemente ridotta e la corresponsabilità degli organi consultanti parallelamente accresciuta. Il punto chiave della collaborazione tra CIA e militari era la disponibilità delle basi di appoggio per le attività clandestine da attuarsi in territori comunisti o minacciati dal comunismo. L'Italia ricadeva in quest'ultima categoria.

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3. La situazione politica italiana nell'immediato dopoguerra

Un quadro d'insieme emerge quindi con sufficiente chiarezza, malgrado il persistere di marginali zone grigie, la cui ricostruzione storica non è allo stato ancora possibile. William Colby, che fu capo della CIA dal 1973 al 1976, riferendosi al 1948 scrive: "La possibilità di una presa del potere comunista in Italia come risultato elettorale aveva preoccupato molto gli ambienti politici di Washington prima delle elezioni italiane del 1948. Anzi, era stata soprattutto questa paura a portare alla creazione dell'Office of Policy Coordination, che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche, propagandistiche e paramilitari segrete" (19). Che tanto sia poi avvenuto non può dirsi con certezza, anche se alcune organizzazioni, sorte in quegli anni, sembrano riconducibili ad un intervento diretto o indiretto degli Stati Uniti o comunque di organizzazioni para governative occidentali. Documentazione ufficiale è disponibile, come meglio si vedrà in seguito, soltanto su "Pace e Libertà". Per altre associazioni è legittimo il sospetto che possa esservi stato un finanziamento occulto da parte degli Stati Uniti. Peraltro, nel delineare lo scacchiere internazionale in cui l'Italia veniva ad inserirsi - per coglierne i riflessi e le influenze non solo sulla storia ufficiale del paese (e cioé nel succedersi degli eventi che furono democraticamente conoscibili all'atto del loro verificarsi), ma anche su eventi che restarono occulti perché parte di una storia sotteranea, che oggi appare possibile ricostruire sia pure per grandi linee, ma comunque su base almeno documentale - non appare neppure revocabile il dubbio che politica analoga a quella statunitense (di cui è stato più e più volte sottolineato il carattere imperiale) sia stata perseguita dall'Unione Sovietica, non solo - e in maniera esplicita, dato il carattere non democratico, ma dispotico, dei relativi ordinamenti - nei paesi aderenti al Patto di Varsavia, ma anche - e in maniera occulta - all'interno del blocco occidentale e in particolare in luoghi (come l'Italia) di frontiera, sotto forma di aiuti anche finanziari ai partit i comunisti nazionali o a gruppi a questi interni. Nella X legislatura, all'interno del dibattito in Commissione che condusse all'approvazione della prerelazione sull'inchiesta in ordine alle vicende connesse all'operazione Gladio, fu acutamente sottolineata la difficoltà di comprendere le vicende più recenti relative alla strategia della tensione e delle stragi nel nostro paese, senza fare fino in fondo i conti con il quadro uscito dalla seconda guerra mondiale, e cioé non soltanto con la divisione del mondo in due sfere di influenza, ma anche con il processo ulteriore che condusse in brevissimo tempo: - alla sistematica soppressione della sovranità dei paesi collocati nella sfera di influenza sovietica, con la formazione di regimi autoritari prima, totalitari poi; - alla progressiva e rapida instaurazione nei paesi del blocco occidentale di una situazione sostanziale di sovranità limitata. E' pur vero che in questi ultimi ci fu uno Stato di diritto, una democrazia pluralista e uno scontro sociale e politico. Ma se ciò appartenne alla storia palese dei singoli paesi, vi era però negli stessi un limite invalicabile e ufficialmente non scritto (ancorché risultante anche indirettamente da documenti destinati a lungo a restare segreti, e ancora oggi in parte non noti): l'impossibilità di mutare gli assetti politici realizzati nei paesi della sfera di influenza. Su tali basi e con specifico riferimento alla situazione italiana (fortemente segnata dalla presenza da un lato dello Stato Vaticano, dall'altro del maggior partito comunista occidentale) non appare enfatizzato affermare, con riferimento all'immediato dopoguerra l'instaurarsi di una situazione che fu per alcuni anni al limite di una guerra civile, sia pur latente e potenziale; e ciò almeno come situazione vissuta dalle forze politiche che ne sono state protagonoste con l'inizio della guerra fredda e con l'uscita delle forze di sinistra dal governo De Gasperi. Vuol cioé riferirsi ad una situazione di simmetrica diffidenza degli opposti schieramenti politici rispetto alla volontà reciprocamente dichiarata di mantenimento della democrazia, fase che si prolunga sicuramente fino alla metà degli anni cinquanta anche se le datazioni sono probabilmente diverse per le varie forze politiche. Ciò perché soprattutto nella vigilia delle elezioni politiche del 1948 nessuna delle d ue parti era sicura che la forza vittoriosa avrebbe rispettato e garantito sino in fondo il sistema democratico: da una parte mettendo fuori legge il partito comunista, come invece non è stato; dall'altra, temendo che, se avesse prevalso il Fronte popolare, sarebbe accaduto qualcosa di analogo a quanto si era verificato a Praga. E' una realtà documentata e documentabile anche attraverso testimonianze dirette, non smentite, nel riconoscere che, in seno a tutte o quasi le forze politiche, dopo la fine della seconda guerra mondiale, gruppi o nuclei di aderenti continuarono per alcuni anni a comporre strutture clandestine parallele armate. Tale realtà (20) è stata peraltro rimossa nei decenni successivi, perché ritenuta inconfessabile a fronte degli ideali democratici che medio tempore avevano avuto - con il decisivo concorso delle forze e di maggioranza e di opposizione - realizzazione quasi piena in istituzioni che andavano mano a mano consolidandosi; rimozione che ha indubbi amente pesato - e in parte ancora pesa - nel ritardo con cui si è proceduto alla lettura di tragici eventi successivi, che pure da quella realtà rimossa furono indubbiamente influenzati.

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4.Le strutture paramilitari nell'immediato dopoguerra

4.1 E' quindi coerente con la situazione internazionale ed interna sin ora delineata la costituzione in territorio italiano e prevalentemente nelle zone adiacenti al confine orientale, di formazioni paramilitari segrete. Per vero l'unica organizzazione sulla quale sia stato possibile reperire ampia documentazione è la "Osoppo", sulla quale la Commissione ha già riferito al Parlamento nelle relazioni sul caso Gladio e sulla quale, anche per compiutezza espositiva si tornerà più diffusamente nelle pagine successive. Vi sono, comunque, tracce dell'esistenza di altre strutture segrete, sulle quali la Commissione non è riuscita a raccogliere se non scarne informazioni. Una organizzazione era denominata "Fratelli d'Italia" e sembra sorta a seguito dello scorporo di cinque battaglioni dell'ex "Osoppo Friuli", come si evince da un documento a firma dell'allora Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, indirizzato alle massime autorità dello Stato (21). Non sono stati trovati altri riscontri, tranne che in un passo di un volume storiografico nel quale sono rievocate le vicende del confine orientale nell'immediato dopoguerra. In esso è riportato un rapporto del questore di Udine al capo della polizia, Luigi Ferrari, nel quale si afferma: "Le autorità a cui si fa carico di distribuire armi agli Osovani si identificano negli esponenti delle disciolte formazioni partigiane della Divisione Osoppo-Friuli, i quali, con l'acquiescenza dei comandi alleati avevano provveduto [...] alla organizzazione dell'associazione 'Fratelli d'Italia' [...] nonché alla creazione, in seno ad essa, di squadre armate con il compito precipuo di impedire o perlomeno di ostacolare le continue infiltrazioni in questa provincia di emissari e di armati slavi" (22). Un'altra organizzazione segreta dovrebbe essersi denominata "Duca", di cui è traccia, nella documentazione a suo tempo sequestrata dalla Procura di Roma presso gli archivi della VII Divisione del Sismi. E' logicamente ipotizzabile che il riferimento ad "accordi preesistenti" contenuto nel noto protocollo di intesa del 28 novembre 1956 tra il servizio italiano e quello statunitense possa riferirsi anche a questre strutture, come confermerebbe anche il documento inviato dal Presidente del Consiglio Andreotti a questa Commissione il 17 ottobre 1990, laddove si afferma che, con l'intesa del 1956, "furono confermati tutti i precedenti impegni intervenuti tra l'Italia e gli Stati Uniti".
4.2. Su ben più ampia base documentale può invece essere ricostruita - nella sua indubbia significatività - la storia della principale organizzazione paramilitare del periodo e cioè la "Osoppo" che sorge nel gennaio 1946, per iniziativa dei dirigenti della preesistente formazione partigiana "Osoppo-Friuli", nell'atmosfera di tensione che continuò a regnare al confine jugoslavo anche dopo la conclusione della guerra. Secondo una relazione stilata dal capo dell'organizzazione stessa, colonnello Luigi Olivieri, nel gennaio 1946, i capi della disciolta formazione partigiana (23), dinanzi alla situazione di tensione che si era creata nella zona di confine, si riunirono sotto la guida dello stesso Olivieri "dandogli l'incarico di riarmare in segreto i più fedeli osovani e simpatizzanti, di ordinarli in reparti per la difesa delle popolazioni di frontiera e nello stesso tempo ne informarono l'allora Capo di Stato meggiore dell'Esercito signor Generale di Corpo d'Armata Raffaele Cadorna, già comandante del Corpo volontari della Libertà" (24). Il colonnello Olivieri provvide a riarmare gli uomini "con armi provenienti dai recuperi e con quelle che non furono versate nel 1945" (25). Dopo due mesi la struttura era già di 2.150 uomini (26). D'altro canto, la struttura nasceva con intenti non solo difensivi, se tra i compiti fissati nell'aprile 1946 risulta anche quello di "far affluire un certo quantitativo di armi e munizioni a Pola, Trieste e Gorizia" (27). Nello stesso documento si dice anche che tra i compiti della formazione è quello di "mantenere efficiente il servizio informazioni, riferendo le notizie più importanti" (28). Dal maggio 1946 la Osoppo e varie unità minori furono raggruppate in un unico reparto, che aveva assunto il nome di III Corpo volontari della libertà. Al momento dell'entrata in vigore del Trattato di pace, nel settembre 1947, l'organizzazione aveva raggiunto una consistenza di 4.484 unità (29). Una occasione di grosso impegno fu rappresentata dalle elezioni politiche del 18 aprile 1948: in quella occasione, e più esattamente dal 16 aprile al 2 maggio "1.000 uomini delle formazioni Corpo volontari della libertà assunsero uno schieramento occulto, ma vigile, sul confine orientale, tenendo le armi nascoste, però a portata di mano, pronte a dare l'allarme e quindi ostacolare e rintuzzare ogni velleità jugoslava" (30). La tensione di quei giorni sfociò in uno scontro a fuoco con soldati jugoslavi in località Brienza di Topolo. A seguito di questo episodio, l'esistenza del III Corpo volontari della libertà divenne pubblica. Si decise allora di "far figurare sciolto il III Corpo volontari della libertà e di dargli una nuova denominazione, quella "di Volontari Difesa Confini Italiani VIII (VDCI VIII)" (31). Un'altra variazione, questa volta non solo di denominazione, avvenne nel 1949, quando la struttura passò direttamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rimanendovi fino all'aprile del 1950 (32). In altro documento si afferma che il periodo di dipendenza della Presidenza del Consiglio si protrasse dal 1948 al 1950 (33). Il 6 aprile 1950, sulla base di direttive dello Stato Maggiore dell'Esercito, il Corpo Volontari Difesa Confini Italiani VIII fu trasformato in una organizzazione militare segreta alla quale fu data la denominazione di "Organizzazione O" (34). Tra i compiti dell'organizzazione vi erano: "- protezione alle comunicazioni e agli impianti di particolare importanza militare; - guerriglia e contro guerriglia; - guida, osservazione e informazione" (35). Una precisazione importante, alla luce della quale si può affermare che "l'organizzazione 'O' aveva i caratteri di struttura occulta predisposta anche per la guerra non ortodossa. Ma l'organizzazione era predisposta anche per compiti militari tradizionali. Il 18 ottobre 1953, in occasione della crisi di Trieste, la organizzazione fu posta alle dirette dipendenze del V Corpo d'Armata per un eventuale impiego. Un certo numero di ufficiali furono richiamati; la mobilitazione si protrasse fino a metà dicembre. Secondo le norme di rigida segretezza vigenti nell'organizzazione, tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla mobilitazione dovevano essere allontanati, proprio per essere venuti a conoscenza di norme segrete (36). Questo conferma il carattere di assoluta segretezza dell'organizzazione, che fu sciolta con le modalità che verranno chiarite nel 1956. Indagini giudiziarie su tale organizzazione risultano avere avuto luogo solo in connessione con la struttura Gladio, quando cioè